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  • Le Curiosità dal mondo della Pizza e non!.


  • Fonte aticolo  google

  • la scalata dei sergi

  • Pubblicata il  29/4/2009

  • Di  sconosciuto

  • di Peppino Caldarola La gran Torino di Chiamparino e Marchionne Vignetta del Riformista CarliPrima di fare il sindaco, Sergio Chiamparino faceva il rompiscatole, nel senso che cantava spesso fuori dal coro. Ricercatore universitario, carriera politica iniziata a Moncalieri, paese della prima cintura torinese, proseguita nel Partito comunista piemontese come esperto di economia, poi sinsacalista in Cgil (è stato segretario regionale), e infine nel Partito democratico della sinistra dove è stato segretario provinciale a Torino, Sergio Chiamparino è diventato sindaco per caso. Nel 2001, a campagna elettorale appena iniziata, muore Domenico Carpanini, mitico leader torinese del Pci-Pds, e il partito chiama proprio lui per tentare l’impresa. In poche settimane riesce a battere l’avversario, il polista Roberto Rosso, e cinque anni dopo strapazza Rocco Buttiglione che dalla natia Gallipoli tenta di sfondare al Nord. Inizia così la carriera di quello che più volte è stato benedetto come il sindaco più amato dagli italiani. In pochi mesi Sergio Chiamparino conquista Torino e i media nazionali si accorgono di lui. Fino a quella data si era distinto come un parlamentare di prima nomina assai diligente e assai liberal. Sempre un passo indietro rispetto agli altri torinesi che calcavano le scene della politica nazionale. Nella covata torinese Chiamparino è, infatti, quello anomalo, il vero anatroccolo nero. L’ultima generazione di dirigenti della sinistra torinese è già arrivata a Roma dalla fine degli anni Ottanta. Il curiale Luciano Violante tesse i rapporti con la magistratura e diventa in pochi anni l’uomo forte del Pci-Pds nelle istituzioni e uno dei più ascoltati consiglieri di Massimo D’Alema. La commossa Livia Turco guida le donne e poi fa la ministra, anch’essa in quota dalemiana. Lo scorbutico Fassino si conquista il ruolo di fassiniano della prima ora e, con molti brontolii, appoggia tutti i segretari fino a diventare proprio lui la guida dei Ds. C’è un momento nella vita dei Ds in cui ci sono a Roma più torinesi che emiliani o meridionali. Manca lui. Chiamparino resta a Torino, «a Roma vengo volentieri perchéfanno bene le pizzette» ama dire, con quella fama di “destro” che gli viene dalle simpatie miglioriste ma ben attento a non farsi inquadrare in alcuna corrente. A differenza del resto della covata torinese, Chiamparino è simpatico, regala rari sorrisi che gli riducono la faccia in mille pieghe, ama conversare con i giornalisti, non si tira indietro di fronte ad alcuna polemica quando si tratta di spingere il suo partito verso sponde più liberal. La sua solitudine rispetto alla cordate romane a poco a poco gli fa guadagnare nuovi consensi. Gli avversari lo stimano. Il candidato del Pdl alla guida di Firenze Giovanni Galli lo elegge suo modello «perché quando uno è bravo, è bravo». La Lega ama dialogare con questo sindaco di sinistra che tifa per il federalismo fiscale. La sua natura di “rompiscatole”, ovvero di uomo fuori dal coro, lo aiuta a ritagliarsi un ruolo a parte nella genìa dei sindaci non solo di sinistra. Non lascia alla destra il tema della sicurezza anche se contrasta l’idea delle ronde cittadine, è in prima fila nel gestire il complesso rapporto fra la sua amministrazione e i potentati economici finanziari. Fra poche settimane, una volta eletto in Europa Leonardo Domenici, già sindaco di Firenze, ne prenderà il posto alla guida della potente Anci, l’associazione che riunisce tutti i Comuni d’Italia. La carriera non frena la sua ruvidezza politica che lo fa apprezzare anche da chi sta su un’altra sponda. Chiamparino non ama le formalità e va subito al cuore del problema. Alle lunghe mediazioni preferisce il dialogo diretto. La trattativa per il rilancio di Mirafiori lo vide protagonista con Sergio Marchionne che gli chiedeva una sede comunale di gran pregio per la presentazione della nuova Punto. L’accordo si fece in un ristorantino di periferia davanti a una bella pizza fumante. Da allora Marchionne e Chiamparino almeno una volta all’anno si ritrovano in pizzeria per discutere di problemi comuni. È questo il Chiamparino che entra nel Pd come un fondatore ma ben presto scopre che gli tocca ancora fare la voce fuori dal coro. «Non ho ancora capito - ha detto qualche tempo fa - dove andranno a sedersi in Europa i nostri rappresentanti o il profilo del Pd sui temi cruciali della laicità e della bioetica». Con Cacciari è protagonista della battaglia per il partito del Nord, un’idea neofederalista che dovrebbe spingere il Pd fuori dai modelli tradizionali di partito. La “grande rissa” che si apre al declinare della segreteria di Veltroni lo trova fuori dai giochi. «Non mi interessa - ama dire - come si devono sistemare le vecchie figurine in un album nuovo». Forse anche per questo il Pd torinese non lo ama e lo ha più volte accusato di autoritarismo. Nell’estate dello scorso anno il conflitto con i vertici del partito della sua regione ha raggiunto il punto di rottura. Ma Chiamparino non ha mollato di un millimetro le sue posizioni fino a sfidare la nomenklatura con frasi brucianti: «Se tutto nasce dall’idea di una sorta di ereditarietà del centrosinistra a governare e se l’unico problema è quello di chi controlla meglio il partito, a questo punto rischiano sia il partito sia Torino». Sono in tanti ormai a vedere in questo sindaco che la destra invidia al centrosinistra uno dei possibili candidati alla guida del Pd. È poco più che sessantenne, non ha frequentato la burocrazia romana, è liberal-socialista fin dai tempi del Pci, conosce l’arte del governare. Nel dopo-Franceschini c’è posto anche per lui.
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