Esiste davvero il 'tipico italiano'?"
La parola ai lettori : Lettere alla redazione
del 27/01/2009 di Lettori
LUCCA - "Gentile redazione, ho alcune riflessioni da proporvi circa la decisione dell'Amministrazione di Lucca. In realtà sono domande: mi dovete aiutare a capire cosa ordina quest’ordinanza. Mi soffermerò su quello che riguarda strettamente il mio ambito di studio e di ricerca e cioè sulla decisione di vietare nel centro storico la vendita e la presenza di tutto ciò che non è locale o italiano. Sebbene sia il mio terreno di competenza, non riesco proprio a capire cosa deve fare un gestore di un locale di Lucca", scrive Luisa Conti ...
"Se fossi uno di loro, mi dovrei a questo punto domandare: - Posso continuare a vendere birra? La birra è un prodotto tipico tedesco. E la caipirinha che è – come traspare dal nome - brasiliana? Se la risposta è NO, perché si possono vendere solo prodotti tipici italiani, abbiamo un problema enorme: 'Cosa vuol dire tipico italiano?'.
Se 'tipico italiano' è ciò che non è tipico di altre parti, dobbiamo cominciare una serie di battaglie contro gli altri Stati, per riuscire ad accaparrarci i migliori prodotti: se ci accontentiamo dei prodotti che sono riconosciuti 'tipici italiani' all'estero dobbiamo rinunciare alla maggior parte delle nostre abitudini alimentari.
Se 'tipico italiano' vuol dire prodotto in Italia, dobbiamo rinunciare ad esempio al caffè (per esempio Lavazza utilizza miscele di provenienza brasiliana, indiana etc.), alla cioccolata calda che ci scalda nei freddi inverni (L’Italia – non essendo un Paese tropicale – non produce cacao), al risotto (il riso Scotti viene ad esempio da altri Paesi come la Romania) o al salmone (viene pescato generalmente nell’Oceano Atlantico, a meno che non sia ad esempio quello giapponese). Se invece la risposta è Sì, e cioè per 'tipico italiano' s’intende 'tutto ciò che non è necessariamente prodotto in Italia ma in Italia si usa bere e mangiare' significa che non solo il caffè, la cioccolata, il risotto e il salmone – la lista potrebbe continuare all’infinito - possono continuare a essere consumati, ma anche la birra, la capirinha, le gomme americane, il pane arabo, così come le escargot, la fondue, i wurstel e il cous cous ai frutti di mare.
Qualcuno dirà che ad esempio le gomme americane – come traspare anche dal nome – non sono 'davvero tipiche'. E qui nascono i problemi intergenerazionali: per i nonni forse no, per i nipoti sono invece parte integrante della loro giornata. Prendiamo le escargot: da questo piatto sgusciano opinioni diverse dai vari strati della nostra società. C’è per chi è normale mangiarle alla cena di lavoro e per chi l’unica associazione con questo piatto è il film 'Pretty Woman'.
In realtà è anche un problema di gusti, perché c’è chi raccoglie le lumache e se le fa in salsa e chi non può nemmeno immaginarsi di prenderle in mano, figuriamoci mettersele in bocca. Decidere sui wurstel è a sua volta una questione di differenze regionali: in Alto Adige sono molto diffusi, in altre regioni si mangiano al massimo sulla pizza – appunto - 'Viennese'. Anche la trippa fa sorgere dei problemi: è italiana? O è romana? La polenta? Arriviamo al pane arabo: il panificio di Lucca può continuare a venderlo? E il barista può continuare a farci i panini? O siccome parte integrante del nome è l’aggettivo 'arabo' dobbiamo eliminarlo? O chissà, forse basta dargli un altro nome. D’altronde anche gli spaghetti sono di origine cinese. Cosa facciamo allora? Rinunciamo?
Molti risponderanno 'No, perché sono prodotti che ormai sono parte della nostra cucina'. E quando esattamente diventa un cibo parte della 'nostra cucina'? Da quando viene consumato da 5 anni, 10 anni, 20 anni, 50 anni, 100 anni? Diciamo, ad esempio, '20 anni': Basta che sia consumato da 20 anni in una zona d’Italia o deve essere consumato da 20 anni in tutta Italia? Insomma cosa vuol dire 'nostra cucina'? Se basta che venga consumato in una zona d’Italia, allora il cous cous (come i pizzoccheri, lo stracchino o la trippa) può rimanere nel menù: in molte cittadine siciliane vivono da decenni tunisini che hanno insegnato agli italiani ad apprezzare e a cucinare in questo modo la semola. Se invece riteniamo che un prodotto sia parte della varietà enogastronomica italiana quando è consumato (da – come da esempio - 20 anni) su tutto il territorio nazionale, dovremmo rinunciare a moltissimi piatti, come la già citata trippa, lo stracchino o i pizzoccheri, in quanto non sono diffusi in tutta Italia. Più aumentiamo il limite degli anni, più sarà difficile vendere prodotti a cui siamo ormai abituati (le patatine in sacchetto, per esempio, o la coca-cola).
Diminuire il limite temporale che rende un prodotto 'parte della nostre abitudini' significa prendere atto che le gomme americane, così come la caipirinha, la redbull o il kebab, sono parte integrante della vita di oggi: magari non della mia o della tua, ma di quella del vicino di casa, del collega, di suo figlio o del nipote. Insomma di qualche italiano. E chi è italiano? Il ricco o il povero? Il giovane o l’anziano? L’elettore di destra o di sinistra? Il vegetariano o il carnivoro? L’anoressico o l’obeso? Per la legge lo è chi ha la cittadinanza. Quindi italiani sono anche i figli e i nipoti dell’italiano emigrato all’estero (Argentina, Etiopia, Stati Uniti…).
Molte di queste persone, nate e cresciute in un altro Paese, sono fatte tornare dal destino nella terra dei propri avi. Quello che mangiano loro si può considerare nella categoria 'nostra cucina' o sono italiani di seconda classe? E i bambini che nascono e crescono in Italia ma sono figli di persone che vengono da altri Paesi? Mangeranno volentieri non solo la pizza e la pasta ma anche altri piatti, che non sono ancora conosciuti in tutta Italia. Potranno insegnarli agli altri bambini? O dobbiamo cercare di evitare il più possibile che gli orizzonti della conoscenza e del gusto si allarghino? E quello che mangiano gli immigrati stessi? Mi riferisco a quelli con la cittadinanza. (Quelli senza non verrebbero probabilmente calcolati, nonostante partecipino tanto quanto gli altri, se non di più, alla crescita economica - pagando le tasse, comprando, producendo - del Paese.) Insomma le persone con cittadinanza che non sono figli né nipoti di italiani ma che vivono da moltissimo tempo (molti sono nati e cresciuti) in Italia: sono 'italiani di seconda classe' o possiamo considerare anche le loro abitudini alimentari? Forse un pensiero agli italiani emigrati ci può dare ispirazione.
Immaginiamoci ad esempio cosa succederebbe se gli altri Paesi decidessero di fare ciò che vuole fare Lucca: le pizzerie italiane in Germania e in tutti gli altri Paesi dove sono arrivati gli italiani a portare pizza e pasta (= tutto il mondo) vengono costrette a chiudere. I locali non possono più vendere vini italiani o l’espresso. Moltissime aziende italiane andrebbero in rovina (il settore enogastronomico è uno dei settori a cui si deve una delle maggiori quote di export del nostro Paese) e con esse moltissimi lavoratori del settore rimarrebbero senza lavoro. Inoltre moltissimi italiani (e non solo) che si dilettano nel mondo a cucinare 'italiano' dovrebbero chiudere e o cercarsi un altro lavoro (probabilmente da non qualificati) o – disperati - tornare in Italia (milioni di persone), dove né si sentirebbero a casa (visto che vivono in altri Paesi da anni, decenni o addirittura sono nati lì, figli di emigrati), né – ugualmente – troverebbero lavoro nel loro ambito (uscire per andare a mangiare in un ristorante italiano non lo si fa proprio spessissimo, visto che si può mangiare a casa la stessa cosa).
Pensiamo poi agli italiani che vanno in vacanza all’estero: non avrebbero più la possibilità di evitare per esempio la cucina inglese (pancetta fritta a colazione) bevendo un cappuccino, mangiando una brioche e a pranzo prendendosi una pizza invece delle patatine fritte (si chiamano french fries… potrebbero venire vendute in Gran Bretagna o solo in Francia? E in Italia? Si potranno continuare a mangiare? Forse sì, perché da noi non si chiamano (lett. 'fritte francesi' ma 'patatine fritte': un nome che non attira sospetti). Probabilmente a continuare a viaggiare sarebbero i più temerari. Mi sto chiedendo se è come sembra: l’ordinanza di Lucca vuole fermare il tempo, bloccando il naturale sviluppo delle cose?
Questo vorrebbe dire che nessun cuoco può proporre ai suoi clienti una nuova ricetta. Se così fosse, il futuro, ahimè, suonerebbe arcaico. Ah, un’ultima domanda: sapete se si può andare in giro a Lucca con la BMW, con la Renault, con la Volkswagen o con l’Audi? Per non correre rischi conviene andare con la Fiat. O Lucca pensa di aprire uno stabilimento locale di automobili che produrrà le uniche auto che possono entrare nel centro storico? Potranno però entrare auto non storiche nel centro storico? Chissà che auto sarebbero: forse invece che a benzina gli ingegneri dovranno riuscire a farle andare a zuppa di farro. E a piedi con le Adidas o le Nike? Al meglio ci si avvicina alla città col Taxi… ma come lo si potrà chiamare? L’invenzione del telefono si deve a Meucci ma il primo telefono lo ha fatto uno svedese. Cosa facciamo? Rinunciamo?
Probabilmente, a parere dell’amministrazione di Lucca, anche il cellulare porta con sé delle problematiche serie: utilizziamo cellulari stranieri, come Nokia, Motorola o Samsung. Ma non preoccupatevi: stanno già provvedendo a una nuova ordinanza".