Chi era Van Gogh prima di diventare ?Van Gogh? ?
postato da antonio76 [11/01/2009 23:22]
Giorni fa mi sono recato a Brescia, insieme a Simona, per vedere una mostra dedicata a Van Gogh. Ogni anno, al Museo di Santa Giulia, a cavallo del periodo natalizio, organizzano delle belle manifestazioni, soprattutto su pittori del periodo impressionista. L'impressionismo piace molto alla gente, per via del romanticismo misto a malinconia che è presente nelle opere di Monet o Renoir, misto a quel senso di libertà e vita bohemienne stile Lautrec . Talvolta sento persone che vanno a Parigi ma non trovano il tempo di vedere il Louvre o il museo d'arte moderna Pompidou, ma nessuno manca mai una visita al Musee d'Orsay.
Ad ogni modo.. Siamo andati alla mostra su Van Gogh ed entrambi (io e Simona) siamo rimasti abbastanza soddisfatti. Soprattutto siamo usciti dalle sale con l'impressione di avere qualcosa in più rispetto all'ingresso, cioè una conoscenza più ampia e veritiera del famoso pittore e della globalità della sua vita. Il che non è poco, ed anzi va molto al di là dell'effettiva bellezza delle opere esposte.
Se si chiede ad una persona per strada, una persona qualunque, "com'è un quadro di Van Gogh?", penso che più o meno la gente direbbe "un quadro molto colorato.. con le pennellate molto forti.. quasi folli.. però tanto tanto affascinante.." e magari approfondendo un poco di più si potrebbe anche ottenere un "di solito sono ritratti di persone.. oppure fiori.. oppure vita di campagna.." .
E penso che in una visione di questo tipo saremmo tutti d'accordo. Penso che direi anche io così. Perché al di là della qualità della pittura di Vincent Van Gogh, l'idea che ne abbiamo un po' tutti è quella del pittore geniale, che prende la tela a colpi di pennellate come fossero coltellate, riportando una descrizione della realtà che è virata in colori acidi che sono direttamente proporzionali al suo stato delirante. E' come vedere il mondo attraverso le lenti da vista di un folle, che infatti prima s'è tagliato un orecchio e poi si è direttamente sparato, morendo povero e pazzo, ignaro del successo mostruoso che poi avrebbe avuto e lasciandoci in dote delle opere che nel loro paranoico splendore sono affascinanti come niente altro al mondo.
Più o meno questa è l'etichetta che viene data a Van Gogh. Come tutte le etichette, o gli stereotipi, anche questa è abbastanza semplicistica, ma serve comunque ad indirizzare le nostre aspettative e scelte, dandoci un'idea di ciò che potremo vedere e dunque portandoci a decidere se vale la pena di fare chilometri per una mostra oppure no.
E questa è la ragione per cui all'inizio mi sono incazzato con il curatore della mostra bresciana e poi, via via, l'ho ringraziato per l'opportunità che mi ha dato. E' un po' la stessa sensazione che avevo avuto visitando il Museo Picasso a Barcellona che, diversamente dal Museo Picasso di Parigi, non presenta il Picasso da tutti conosciuto, ma un Picasso giovane, che cerca ancora di comprendere quali siano le sue potenzialità e nel frattempo gira fra le accademie spagnole, respirando l'aria dell'epoca, che poi in modo del tutto singolare avrebbe fatto sua e tradotto nel pensiero (ancor prima che nella pittura) cubista.
Chi era Van Gogh, prima di diventare Van Gogh? Chi era questo pittore, prima di diventare il genio che tutti apprezziamo? O forse, ancora, chi era Van Gogh al di là della macchietta (poco storica e molto storiografica) che ne viene fatta? La risposta è ardua da dare, però la mostra bresciana si è cimentata in questo, e già solo per questo andrebbe premiata.
Il Van Gogh che tutti conosciamo, è una parte abbastanza piccola della vita dell'artista. Van Gogh per lungo tempo meditò di fare il pastore protestante, come già era stato suo padre. Ma invano, perché non riuscì mai ad avere quella costanza negli studi che era necessaria. La sua carriera artistica, sostenuta moralmente e finanziariamente dal fratello Theo, dura dal 1880 al 1890, sino al suo tragico suicidio. E in poco più di un decennio, le opere che tanto amiamo, capaci di commuovere persino le pietre, ricoprono un arco di tempo che va dal 1886 al 1890. In pratica il soggiorno francese, con la condivisione della casa con Gaguin e gli ultimi tentativi di aiuto di Theo, sino al ricovero in clinica psichiatrica e la successiva tragedia. 4 anni. Neanche.
Di questo ultimo, ma più conosciuto, periodo della sua esistenza, sono esposte 3 o 4 tele. Persino superfluo dire quanto queste tele siano splendide e da sole valgano la visita a Brescia. Ma in tutte le sale precedenti è possibile vedere il percorso di Van Gogh dal 1880 al 1885, con particolare riferimento al suo utilizzo del disegno e del bianco e nero. Il Van Gogh che non è ancora Van Gogh.
Già.. un Van Gogh che non dipinge con quintali di colore, ma utilizza piccole linee, in bianco e nero, a matita o china, su piccoli fogli. Non sembrerebbe neanche lui. Distante mille anni dal Van Gogh che tutti chiamiamo Van Gogh, l'artista dal tratto unico e folle, da tutti conosciuto ed amato. Eppure ciò che lo separa da ciò che noi sappiamo, dal modo in cui lo vediamo, sono poco più di 5 anni.
Un Van Gogh attento alla realtà che ha intorno, composta dai poveri contadini o minatori che saranno l'immagine della società che sempre gli sarà cara e porterà compiutamente al centro della scena con il celebre "i mangiatori di patate" del 1885, che metaforicamente segnerà il passaggio dalla fase di studio verista alla fase dei grandi capolavori post-impressionisti. Un Van Gogh che spesso ricopia i quadri intrisi di critica sociale di Courbet e Millet, senza perdere di vista la meticolosità del tratto tipica della scuola fiamminga.
Un Van Gogh per nulla folle o incapace di gestire la sua impulsività, ma anzi attento studioso del disegno, dedito al lavoro sulla carta, che passa giorni su giorni, mesi su mesi, a disegnare, seguendo i consigli del fratello e di pochi veri amici che vedono nel giovane disegnatore le grandi potenzialità che solo l'artista non riesce a vedere. Da questo punto di vista è molto bella la scelta, fatta dai curatori della mostra, di riportare sui muri del museo alcuni passi delle lettere che l'artista scriveva al fratello. Uno splendido epistolario, dal quale emerge il suo dolore per non riuscire a conformarsi alle regole della società, né la sua capacità di mantenere stabilmente un lavoro. Dal quale emerge il suo soffrire per il suo continuo dover richiedere soldi al fratello. Dal quale emerge anche e soprattutto il suo interesse per la tecnica, per la comprensione degli strumenti sui quali si sta affinando sempre più. Simona ha comprato un libro che raccoglie molte delle lettere scritte dall'artista al fratello e lo abbiamo letto nel mentre che mangiavamo una pizza alla caffetteria del museo. Alcune pagine trasudano il vivere doloroso di Van Gogh, mentre altre descrivono il vivo interesse per la tecnica e il metodo della figurazione: l'uso dei colori, la scelta delle matite e dei pennelli, la prospettiva, il punto di vista dello spettatore rispetto al contenuto del quadro. La descrizione del suo impegno, della sua ricerca, del suo provare e riprovare per giungere al risultato migliore. A suo modo uno Zibaldone. A suo modo speculare e complementare al trattato sulla pittura di Leonardo, scritto, quello, invece, all'apice della carriera.
Ed è bello e quasi doloroso accostarsi a questi piccoli fogli, con piccoli disegni a matita. Vedere il tratto fine di una matita, di una mano che non sapeva sarebbe diventata Van Gogh, di una persona che non sapeva sarebbe diventata Van Gogh, di un artista che forse mai ha capito di essere diventato Van Gogh. Entrando nella prima sala della mostra c'è un grande cartina dell'europa con un disegno dei tanti viaggi tra Olanda, Belgio, Inghilterra e Francia compiuti dall'artista nella sua breve vita. Sin dall'inizio si vede la data della morte. Sin dall'inizio si è come dentro un conto alla rovescia, in cui si passa da disegni piccoli a primi incerti tentativi di pittura, da un tratto sereno ad uno sempre più doloroso. Disegni, poi dipinti, sempre più belli, più intensi, più densi di colori, di un artista sempre più vicino alla morte.
Nell'ultima sala, l'ultima lettera, mai spedita al fratello e ritrovatagli in tasca, dopo che si era sparato. In essa dice di una vita e di poche opere d'arte. Di una vita che ritiene fallimentare e di pochi quadri dai quali pensa forse traspaia una piccola serenità.
Chi era Van Gogh prima di diventare Van Gogh? E'una questione d'età? E' una questione di etichette e rappresentazioni? Vien da pensare a chi siamo noi prima di diventare noi. O almeno quei "noi" che alla fine chiamiamo "noi", perché le riteniamo le identità finali, mature, ultime. Chi ero io 15 anni fa? Chi erano quelli che passano da qui, 15, 20, 25 anni fa? Ero io prima di diventare io? Erano loro prima di diventare loro?
Forse noi tutti siamo quello che siamo, al di là di chi ci etichetta e ci crede in un modo piuttosto che in un altro. Anche se queste etichette ci fanno uno nessuno e centomila, come diceva Pirandello . Il commesso del negozio sottocasa mi crede uno che perde le giornate alla playstation. Il mio vicino di posto allo stadio mi crede uno che urla e sbraita tutte le domeniche. I miei pazienti mi credono un dottore un tantino giovane, ma del quale si possono comunque fidare. I miei genitori mi credono un figlio attento. La mia Simona un ragazzo intelligente anche se logorroico.
Van Gogh prima di essere Van Gogh? Forse semplicemente Van Gogh, e basta.
Forse semplicemente noi tutti siamo quello che siamo, di momento in momento, di età in età. Forse semplicemente siamo la nostra vita, nel bene e nel male, per le strade strambe ed imprevedibili che ci hanno portato sin qua.